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Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, si è deciso a seguito di discussioni di usare nella nomenclatura delle pagine il termine lingua per quelle riconosciute come tali nella codifica ISO 639-1, ISO 639-2 oppure ISO 639-3, approvata nel 2005. Per gli altri idiomi viene usato il termine dialetto.
Estratti: Il Padre Nostro
modifica StoriaIl dialetto tarantino affonda le sue origini nell'antichità, quando il territorio era dominato dalle popolazioni messapiche. La colonizzazione dei Greci che vide affiorare Taras, non solo come capitale della Magna Grecia, ma anche come centro culturale, poetico e teatrale, ha lasciato un notevole influsso linguistico, sia dal punto di vista lessicale che morfo-sintattico, nonché un particolarissimo accento che secondo gli studiosi doveva corrispondere all'antica cadenza dorica. Questi influssi sono ancora oggi notabili in parole di origine greca[1]. Successivamente la città diventò dominio romano, dando così un tratto più romanzo alla sua lingua e introducendo vocaboli volgari[2], nonché la circonlocuzione verbale con il verbo scére + gerundio (dal latino ire iendo), e l'affievolimento delle -i- atone. Durante il periodo bizantino e longobardo, la lingua tarantina acquistò un carattere molto originale per l'epoca: le o vengono mutate in ue, le e in ie, ed il vocabolario si arricchì di nuovi vocaboli [3]. Con l'arrivo dei Normanni nel 1071 e degli Angioini fino al 1400, la lingua perse buona parte dei suoi tratti orientali e venne influenzata da elementi francesi[4] e gallo-italici, come la e muta finale. Nel Medioevo, la città divenne dominio saraceno con la conseguente introduzione di vocaboli arabi[5], mentre nel 1502 Taranto cadde sotto il dominio degli Aragonesi; per tre secoli lo spagnolo fu la lingua ufficiale della città, e attraverso di esso entrarono a far parte del vocabolario tarantino altri vocaboli[6]. Nel 1801 la città fu di nuovo sotto il dominio delle truppe francesi, che lasciarono definitivamente la loro impronta linguistica provenzale. È da ricordare che Taranto è stata per molto tempo legata al Regno di Napoli, il che spiegherebbe alcuni termini in comune con il napoletano. Le influenze arabe, unite a quelle francesi e latine, hanno portato ad una massiccia desonorizzazione delle vocali, trasformandole in -e- semimute, causando così un notevole aumento fonetico dei nessi consonantici. Oggi, la particolare chiusura vocalica e l'allungamento delle "vocali dure", hanno dato al dialetto tarantino una cadenza che ricorda molto un "dialetto arabo", se pur con qualche accenno alle sonorità doriche arcaiche. modifica ClassificazioneNegli ultimi due secoli, il dialetto tarantino è stato oggetto di continui studi, non solo per capirne la complessità fonetica e morfologica, ma soprattutto per riuscire a dargli una collocazione definiva in mezzo agli innumerevoli dialetti meridionali. Il dilemma è sempre stato se fosse stato più opportuno classificare il dialetto tarantino tra i dialetti pugliesi o tra quelli salentini. Il primo a notare una notevole divergenza fonetica con gli altri dialetti del Salento fu Michele De Noto che, nel suo saggio Appunti di fonetica del dialetto di Taranto, getta le prime basi per lo studio del vocalismo e del consonantismo dialettale. Anche Rosa Anna Greco nel suo contributo Ricerca sul verbo nel dialetto tarentino, affronta apertamete la tematica dialettale tarantina, cercando di dimostrare l'appertenenza all'area linguistica pugliese. Greco nota come nel tarantino, oltre alla metafonia e al dittongamento condizionato, vi sia anche un turbamento delle vocali toniche in sillaba libera: 'nzòre [sposo], pròche [seppellisco], náte [nuoto] e la pronuncia indistinta delle vocali atone, cosa che manca nell'area brindisina e in quelle adiacenti. Un paio di anni dopo, Giovan Battista Mancarella scrive Nuovi contributi per la storia della lingua a Taranto, dove appoggia la tesi di Greco. Tramite inchieste e sondaggi, egli elenca tutta una serie di particolarità tipiche delle parlate pugliesi:
Per la morfologia verbale, si vanno confermando alcune oscillazioni tipiche dell'area pugliese, come gli infiniti apocopati, le doppie desinenze per l'indicativo imperfetto ed il perfetto e le desinenze -àmme e -èmme. Ma Mancarella offre anche un'ampia serie di particolarità che potrebbero far rientrare il tarantino tra i dialetti salentini:
Successivamente è Giancinto Peluso a voler risollevare la questione di appartenenza del diletto tarantino all'area pugliese. In Ajère e ôsce - Alle radici del dialetto tarantino, conferma le ricerche effettuate da Greco e da Mancarella con altri punti di contatto tra il tarantino e il pugliese:
A sostenere invece la tesi secondo la quale in dialetto tarantino appartenga all'area salentino, sono soprattutto gli studiosi Heinrich Lausberg e Gerhard Rohlfs. Lausberg nota una concordanza tra il tarantino e il brindisino nell'esito fonetico che accomuna i continuatori e ed o stretti e aperti, confluiti sempre in suono aperto (cuèdde, strètte, pònde), mentre Rohlfs mette in evidenza l'uso della congiunzione cu + presente indicativo per tradurre l'infinito ed il congiuntivo, costrutto tipico dei dialetti salentini. Nel Vocabolario dei dialetti del Salento di Rohlfs si contano più di tredicimila voci latine, oltre ventiquattromila greche e circa trecentoquaranta tra spagnole, portoghesi, catalane, provenzali, celtiche, còrse, germaniche, inglesi, turche, albanesi, dalmate, serbe, rumene, ebraiche, bèrbere ed arabe. Oltre ad alcune similitudini morfo-sintattiche con i dialetti salentini, il tarantino vanta anche numerossissimi vocaboli in comune col Salento, tanto da farlo includere da Rohlfs nel suo Vocabolario dei dialetti salentini, e collocandolo soltanto dal punto di vista lessicale, tra i dialetti calabresi e siciliani. Tuttavia, le divergenze fonetiche con i dialetti salentini nonché il numero elevato di vocaboli e particolarità che sono originali tarantine, fanno vacillare questa tesi, mettendo in difficoltà gli studiosi. Di sicuro il sostrato greco è ancora ben visibile, con numerosi derivati sia lessicali sia sintattici. Si prenda ad esempio la frase "ecco il taxi" e si confrontino le traduzioni in greco e tarantino:
Come si può ben vedere, le due frasi sono incredibilmente somiglianti, e questo non è che solo uno dei tanti esempi di similitudine col greco. Un tipico costrutto ereditato è costituito da un particolare tipo di periodo ipotetico, dove la costruzione italiana "se avessi, ti darei" è resa in tarantino con la forma greca "ce avéve, te dáve". Altro grecismo puro è la perdita dell'infinito dopo i verbi che esprimono un desiderio o un ordine: vògghie cu vvóche [voglio andare (lett. voglio che vado)], o un ordine: dìlle cu accàtte [digli di comprare]. Anche in ambito fonetico i residui del solstrato greco sono ben visibili:
Gli studiosi che si cimentano con lo studio del dialetto tarantino, non possono non tener conto di questi importantissimi dati, che escluderebbero a priori la possibile appartenza ad un gruppo pugliese. Oggi il dibattito sulla classificazione di questo dialetto è ancora aperto, e studiosi e linguisti continuano a discutere sulla sua filogenesi. modifica Tradizioni dialettali
Le tradizioni dialettali di Taranto affondano le loro origini nell'antiche tradizioni greche e romane. modifica Fonologiamodifica VocaliOltre alle tipiche cinque vocali dell'italiano a e i o u, il dialetto tarantino ne conta anche altre cinque: é ed ó sono vocali chiuse, la á che ha un suono particolarmente chiuso, quasi semimuto, ed í e ú chiamate "vocali dure", poiché vengono pronunciate con una notevole vibrazione delle corde vocali. Vi sono anche le vocali aperte à è ì ò ù e le vocali lunghe â ê î ô û che hanno valore doppio rispetto a quelle italiane. Esiste inoltre un'altra vocale, la e muta, la quale è silente in fine di parola e semimuta nel mezzo; quindi una parola come perebìsse andrà pronunciata come [p'r'biss]. I dittonghi sono pronunciati come in italiano , tranne che per ie che vale come una i lunga se si trova nel corpo di una parola, mentre se posta alla fine andrà pronunciata come una i molto veloce seguita da una e semimuta, e au che va pronunciata come in francese. modifica ConsonantiLe consonanti sono le stesse dell'italiano, con sole cinque aggiunte: c se si trova in posizione postonica tende ad essere pronunciata come sc in sciocco, j pronunciata come la y della parola inglese yellow, il nesso sck dove sc è pronunciato come nella parola italiana scena, la k come la c di casa, il nesso ije pronunciato più o meno come ille nella parola francese bouteille, e la v in posizione intervocalica che non ha alcun suono (es: avuandáre, tuve, ecc...). Le consonanti doppie sono molto frequenti in principio di parola, ed hanno un suono più forte rispetto alle loro corrispettive singole. modifica La dieresiA causa del grande numero di omofoni presenti nel dialetto tarantino, a volte si è costretti a distinguerli per mezzo di un accento o di una dieresi; quest'ultima viene adoperata soprattutto per indicare lo iato fra due consonanti, ad esempio:
modifica Dissimilazione e assimilazioneLa dissimilazione è un fenomeno per il quale due suoni, trovandosi a stretto contatto, tendono a differenziarsi:
L'assimilazione si ha quando la consonante iniziale di una parola si muta nella consonante della seconda sillaba della parola stessa, in seguito ad un'anticipazione dell'articolazione fonetica di quest'ultima:
modifica GeminazioneUna particolarità che saltà subito all'occhio di chi per la prima volta si trova a leggere un testo in dialetto tarantino, è il fenomeno della geminazione, o più semplicemente raddoppiamento iniziale o sintattico. Esso è un fenomeno di fonosintassi, ossia, a causa della perdita della consonante finale di alcuni monosillabi (assimilazione fonosintattica), la consonante iniziale della parola che segue viene rafforzata. I principali monosillabi che danno luogo alla geminazione sono:
Il raddoppiamento iniziale è indispensabile nella lingua orale per capire il significato della frase:
Come si vede dall'esempio, il rafforzamento della f si rivela fondamentale per il senso dell'affermazione. Ecco altri esempi:
modifica GrammaticaLa grammatica tarantina è alquanto diversa da quella dell'italiano standard. Essa presenta molti costrutti di carattere tipicamente greco e latino. modifica Morfologiamodifica Articoli e sostantiviIl dialetto tarantino ha due generi, maschile e femminile. Avendo la terminazione in -e muta, il genere delle parole è riconoscibile solamente tramite l'articolo, che in tarantino è 'u, 'a, le per il determinativo, e 'nu, 'na per l'inderterminativo. Se il sostantivo che segue l'articolo comincia con una vocale, questo si apostrofa, a meno che esso non abbia una consonante iniziale precedentemente caduta:
modifica Plurale e femminileLa formazione del plurale è assai complessa. Per molti sostantivi ed aggettivi esso non esiste, ossia rimangono invariati:
Alcuni aggiungono il suffisso -ere:
Altri cambiano la vocale tematica:
Altri ancora tutti e due:
In ultimo vi sono i plurali irregolari:
o sostantivi con doppia formazione:
La formazione del femminile segue le stesse regole. Alcuni sostantivi e aggettivi rimangono invariati:
Altri cambiano il dittongo uè in o:
modifica PronomiI pronomi dimostrativi sono:
Più usate nel parlato sono le forme abbreviate: 'stu, 'sta, 'ste. I pronomi personali sono:
Se la forma dativa del pronome soggetto è seguita da un pronome oggetto, a differenza dell'italiano, la forma dativa si omette lasciando posto solo per il pronome oggetto:
Volendo si può specificare il soggetto mediante l'aggiunta di un pronone personale:
Per la "forma di cortesia", il tarantino adopera la forma allocutiva che, come avveniva a Roma, dà del tu a tutti indistintamente. Se proprio si vuole esprime rispetto nei riguardi dell'interlocutore, si aggiunge l'aggettivo ussegnorije, lasciando però sempre il verbo alla seconda persona singolare:
Quando il pronome riflessivo della prima persona plurale è seguito da pronome oggetto (in italiano reso con ce) e si trova alla forma negativa, esso diviene no'nge in dialetto tarantino:
I pronomi relativi sono:
Per esempio:
modifica AggettiviGli aggettivi possessivi sono:
In dialetto tarantino l'aggettivo possessivo va sempre posto dopo il nome al quale si riferisce:
Altra caratteristica di questo dialetto è anche la forma enclitica del possessivo tramite suffissi, che però è limitata solamente alle persone:
e via di seguito. modifica PreposizioniLe preposizioni semplici sono:
Possono fare anche da preposizioni:
Le preposizioni articolate sono:
Ca e Cu Ca (lat. quia) può avere valore di:
Cu (lat. quod) può avere valore di:
Il partitivo in tarantino non esiste, e per tradurlo vengono adoperate due forme:
Per esempio:
modifica VerbiIl sistema verbale tarantino è molto complesso e differente da quello italiano. Esso si basa su costrutti di tipica origine latina e greca e conosce solo due coniugazioni, che sono: -áre ed -ére. I verbi principali e le loro declinazioni all'indicativo presente sono:
Caratteristica tipica è l'uso frequente della prostesi della vocale -a-, che porta ad una doppia forma verbale:
Vi è anche la presenza del suffisso incoattivo -èscere derivato dall'antico -ire:
È molto diffusa l'alternanza vocalica tra i verbi della prima coniugazione, dovuto alla metafonia. Essi sono soggetti al dittongamento dell'ultima vocale tematica (-o- in -uè- ed -e- in -ie-). Per esempio:
modifica ConiugazioniI verbi della seconda coniugazione, esitano la o in u:
modifica Modo infinitoL'infinito dei verbi è reso, specialmente nel parlato informale, mediante l'apocope delle forme così dette "da dizionario":
Se l'infinito segue un verbo di desiderio o d'ordine, viene tradotto con la congiunzione cu seguita dal presente indicativo del verbo:
modifica Modo indicativoLe desinenze per formare l'indicativo presente sono le seguenti:
A differenza degli altri dialetti pugliesi, nel tarantino non compare la desinenza -che per le prime persone. Questa desinenza è usata però per i verbi monosillabici:
Il presente continuato in tarantino si forma con l'indicativo presente del verbo stare + preposizione a + indicativo presente del verbo:
Fanno eccezione a questa regola la seconda e la terza persona singolare, le quali non richiedono l'uso della preposizione a:
Nell'imperfetto troviamo le seguenti desinenze:
Per il tempo perfetto le desinenze sono:
In dialetto tarantino non esiste una forma univerbale di futuro, che perciò viene spesso sostituito dal presente indicativo oppure viene espresso mediante la perifrasi futurale derivata dal latino habeo ab + infinito, caratteristica questa che è comune ad altre lingue, tra cui la lingua sarda:
Questo costrutto è usato anche per esprime il senso di necessità:
modifica Modo congiuntivoIl congiuntivo presente ha tutta una sua forma particolare, tipica poi dei dialetti salentini; si rende con la congiunzione cu seguita dal presente indicativo:
Al contrario, il congiuntivo imperfetto ha delle desinenze proprie:
modifica Modo condizionaleAltro tempo verbale inesistente è il condizionale, sostituito dall'imperfetto indicativo o dall'imperfetto del congiuntivo:
modifica Modo imperativoL'imperativo è formato semplicemente con l'aggiunta della desinenza -e per la seconda persona singolare, -àme o -íme per la prima persona plurale, e -àte o -íte per la seconda persona plurale:
La formazione dell'imperativo negativo è già più complicata; si ottiene mediante la circonlocuzione verbale con scére + gerundio (dal latino ire iendo):
modifica Modo gerundioIl gerundio si ottiene aggiungendo la desinenza -ànne per i verbi del primo gruppo, e -ènne per i verbi del secondo:
A volte per tradurre il gerundio si fa ricorso ad una preposizione relativa:
modifica Modo participioIl participio passato è formato con l'aggiunta del suffisso -áte per i verbi appartenenti al primo gruppo, e del suffisso -úte per i verbi appartenenti al secondo. Tuttavia vi sono anche participi passati uscenti in -ste:
modifica Essere
modifica Avere
modifica Esempi'U 'Mbierne de Dande (Claudio De Cuia) 'Mmienze ô camíne nuèstre de 'sta víte Ma ci l'à ddà cundáre le delúre Ma è tand'amáre ch'è pêsce d'a morte; Ije mo' nò ssacce accum'è ca m'acchiève, Doppe ch'havè' 'rreváte tremelànne vedíve 'u cièle tutte a mmane-a-mmane Inferno - Canto I (Dante Alighieri) Nel mezzo del cammin di nostra vita Ahi quanto a dir qual era è cosa dura Tant' è amara che poco è più morte; Io non so ben ridir com' i' v'intrai, Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto, guardai in alto e vidi le sue spalle modifica Note
modifica Bibliografia
modifica Voci correlatemodifica Altri progetti
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